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Tornare da una vacanza e scriverne su un blog solitamente suscita nei lettori un interesse pari a quello di chi è costretto a sorbirsi il filmino del matrimonio di amici di famiglia di ritorno dalla luna di miele, ancor più se non è accaduto nulla di eclatante tipo aver fatto un tuffo accanto a Vladimir Luxuria ed essersi accorti che quel rigonfiamento (mica tanto) sospetto nei paesi bassi della transgender più amata dagli italiani non esiste più, o aver constatato che quel lido in spiaggia dove andavamo da quindici anni che taroccava i prezzi dei gelati Algida, ci ha magicamente rilasciato regolare scontrino fiscale, baci & abbracci.

Io sono appena tornato da una fugace sei giorni a Pantelleria, dopo più di dieci anni che non ci mettevo piede, e ovviamente non ho intenzione di scrivere qui quanto sia selvaggia, affascinante, lussureggiante, riservata, a tratti aspra e inaccessibile e bla bla bla. Per questo, basta fare due click su Google immagini e farsene un’idea o magari aspettare la messa in onda della prima puntata utile di Pianeta Mare dedicata a Cossyra (l’antico nome di Pantelleria), sempre che Retequattro abbia fondi sufficienti per spedire qualche velina sull’isola, visti i tempi che corrono e i bilanci di Mediaset. D’altra parte, le isole o piacciono da morire o vengono schifìate.

Io farò finta di non essere andato in ferie anzitempo, di non aver trascorso le giornate con l’amletico dubbio se andare a fare il bagno a Cala Levante o prendere il gommone per tuffarmi alla Balata dei Turchi (meduse permettendo), di non aver avuto come unico pensiero dopo le ore 20 di voler provare almeno il 50% dei ristorantini dell’isola per scoprire dove preparano i ravioli panteschi più saporiti (ravioli di ricotta e mentuccia, per chi non lo sapesse), di non essermi sentito in colpa (anche no) perchè gli altri erano in ufficio a stressarsi e io a mollo in piscina al Bue Marino in attesa di prendere il motorino e fare un giro tra i vigneti di Rekhale e accattare capperi.

Io indosserò poco degnamente, çava sans dire, le vesti di osservatore “antropologico” per parlare di una categoria di donne che ho avuto modo di analizzare dalle parti di Pantelleria (proprio perchè schiffarato come solo d’estate si può essere), ma che popolano moltissime altre spiagge e lidi della nostra penisola e non solo: le sdisoneste, dette anche sinteticamente “sdise” (la pronuncia prevede una h aspirata tra la s e la d).

Attenzione, non che le sdise siano avvistabili solo vicino al mare o in vacanza, infatti queste possono incontrarsi anche in banca, dal salumiere o in mezzo al traffico, certamente però danno il meglio di sè quando arriva la bella stagione perchè le sdisoneste adorano l’estate, e tutto quello che questa comporta.

L’etimologia della parola, che di per sè non è un neologismo se non nel significato che gli sto attribuendo, proviene dal dialetto siciliano nella variante palermitana e originariamente indica non tanto quelle persone che agiscono in modo poco legale (nella cultura siciliana, il poco legale è motivo d’orgoglio e non un’imprecazione come il termine “sdisonesto” in molti casi viene utilizzato), quanto coloro che impudentemente fanno quello che gli pare, fottendosene degli altri.

Io utilizzerò questo termine per indicare un vero e proprio fenomeno che riguarda il genere umano femminile, spogliandolo di ogni accezione negativa e vagamente denigratoria.

Le sdisoneste sono Femmine con la effe maiuscola, su questo non ci piove, e hanno un’età compresa tra quella della Tatangelo (portata male) e quella della Pampanini (portata bene), inoltre provengono da ogni parte del globo esista un coiffeur in una scala che va dalla classica ex-sciampista-in-proprio che si reca a domicilio e si fa pagare 15 euro, fino all’ hair stylist di fama internazionale tipo Tabata mani di forbice che oltre a non dover mai contraddire se no ti azzanna, ci vogliono le cambiali per pagarla. Infine, le sdise sono orgogliosamente sfacciate.

Le sdisoneste quasi sempre non hanno compagno (o marito), non perché non siano attraenti, ma perchè il compagno (o marito) o è morto o è stato lasciato o è scappato con la segretaria. Le sdise infatti sono solite parlare degli uomini al passato e al plurale (perché ne hanno avuti parecchi).

Queste trattano il genere maschile come un misero subalterno alla loro straripante femminilità, come un’appendice utile a dare loro la conferma di essere le sole a comandare, perchè quello che le sdise vogliono più di ogni altra cosa è COMANDARE.

I capelli sono il primo tratto distintivo delle sdisoneste: regola numero uno della sdisa doc è avere i capelli sempre in ordine. Non importa quale sia l’acconciatura, se riccia o liscia, mossa o frisè, ciò che conta è l’impeccabile messa in piega del crine, che sembra sempre fresco di parrucchiere.

Qualche giorno fa ne ho vista una che dopo un lungo bagno tra le onde spumeggianti e incazzate del mare, è uscita dall’acqua senza neanche un capello scomposto, con una cotonatura degna della migliore Ivana Trump, quasi a sfidare le leggi della fisica come fosse una novella x-man.

Sempre in quel di Pantelleria, ho avuto modo di osservarne un’altra che è stata in grado di piastrare i suoi capelli neri e crespi, retaggio di origini arabe, e mantenere la lisciatura per ben due giorni (da guinness dei primati) nonostante un’umidità del 95%.

Un’altra sdisonesta ancora che ho scrutato perché frequentavamo involontariamente sempre gli stessi posti, è stata capace di andare in giro con un colore dei capelli di un biondo così improbabile da sembrare frutto di impacchi di Nastro Azzurro, ma in un modo così fiero da sembrare credibile.

Oltre al capello, la sdisa doc è attentissima all’accessorio, indossato con nonchalance. Dalla cavigliera al piercing (o bottone) sul naso, dall’anello-bracciale alla collana che cinge la vita. Non c’è monile che la sdisonesta non abbia portato o non porti, indipendentemente dall’età.

La sdisa inoltre è una fumatrice di lunga data. Generalmente ha iniziato a comprare sigarette in quarta elementare e ama il tabacco più dello shopping, arrivando a spendere in una settimana cifre che una Sarah Jessica Parker qualunque spenderebbe per un paio di scarpe di Jimmy Choo. Giusto l’ultimo giorno di vacanza, la sdisa biondo nastroazzurro di cui parlavo sopra, è stata vittima di una caduta rovinosa sugli scogli a causa della zeppa 12 che indossava (per non rinunciare ovviamente a quel tocco di glamour che ogni sdisa che si rispetti deve mantenere in ogni circostanza). La prima cosa che ha fatto una volta rialzatasi dalla caduta, è stata quella di controllare se la sigaretta che aveva acceso non si fosse bagnata, ossa rotte o meno (per la cronaca, giusto una culata).

Continuerei per delle ore a parlare delle sdisoneste, se non fosse che le parole non possono definire del tutto le mille sfumature di questa categoria di donne, e inoltre rischierei di annoiarvi (cosa che temo più di un emendamento della spending review che riduce il numero di giorni di ferie annuali ai lavoratori dipendenti), dunque eccovi i nomi di alcune sdisoneste più o meno famose, che nel complesso possono rendere un’idea ancora più precisa di come siano le donne raccontate in questo post:

Marisa Laurito, Marlene Dietrich, Tata Francesca, Anastacia, Gina Lollobrigida, Fergie dei Black eyed peas, Nilla Pizzi, Vanna Marchi, Alba Parietti, Sirio l’astrologa, Ivana Trump, Donatella Versace, Giusi Ferrè, Marcella Bella, la pettineuse del Grande Fratello, Samantha di Sex & the City, Daniela Santanchè, Geri Halliwell, la signora Tsukikage, Patty e Selma dei Simpson (elenco in aggiornamento)…

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