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Questa faccenda della retroingegneria aliena mi affascina da morire. Ci crediate o meno, nell’ambiente ufologico internazionale da anni si specula sulle ricadute tecnologiche di alcune navicelle spaziali schiantate o abbattute dalla US Air Force negli anni 40. Il famosissimo caso Roswell, per intenderci.

In sostanza, per quelli che pensano che Roswell sia solo il titolo di una serie di telefilm che ha per protagonisti extra-terrestri teenager più simili nel look a Justin Timberlake che a ET, si racconta che i primi di luglio del 1947 a seguito di un’esplosione fragorosa udita durante un temporale estivo, siano stati trovati degli strani rottami metallici nel ranch di un allevatore del New Mexico, tale MacBrazel. MacBrazel era il classico uomo del sud di poche parole, uno di quelli che aveva più confidenza con bestiame ruminante e balle di fieno che con qualsiasi altro simile pensante e dotato di parola. Una sorta di George Bush jr con l’unica differenza che da quelle parti se nasci in una famiglia di petrolieri diventi presidente degli Stati Uniti, altrimenti continui a inseminare bovini e mangiare tacos al guacamole. Tuttavia, questi rottami dovettero insospettire e impressionare non poco MacBrazel, dal momento che non passarono più di un paio d’ore prima che lo sceriffo della contea e compagnia bella non fossero avvisati del ritrovamento.

Ora, voi cosa credete che uno sceriffo di una contea sperduta in una landa desertica del sud degli Stati Uniti aspetti per tutta la vita? Che arrivi Paris Hilton per girare la nuova serie di The Simple Life? Forse. Ma dato che ai tempi la giovane ereditiera non era neanche nei pensieri di una coppia in età di riproduzione, l’ipotesi extra-terrestre poteva essere l’occasione giusta per dare lustro e popolarità a una sonnolenta città di provincia dove gli unici riflettori mediatici su cui si poteva contare erano quelli del newspaper locale per la fiera della zucchina gigante, per di più una solta volta all’anno.

Lo sceriffo Wilcox deve aver esultato non poco alla notizia che forse un velivolo alieno aveva scelto di precipitare dalle sue parti, e non più a ovest verso l’illustre e scintillante California casa delle celebrities hollywoodiane o verso il più attraente e trasgressivo Nevada casa di casini e casinò. Il New Mexico in fin dei conti era il posto giusto per diventare il luogo d’attrazione per gli amanti del genere, il porto franco di una nascente comunità intergalattica che avrebbe avuto in Roswell il suo centro terrestre. Marketing si direbbe adesso, dollari si diceva allora. Certo, all’epoca i test nucleari di White Sands erano frequenti come un bollettino cciss viaggiare informati, ma chi si sarebbe mai preoccupato di un’esposizione prolungata a qualche decina di sievert di radiazioni in più davanti alla possibilità di visitare il posto esatto in cui per la prima volta nella storia si era schiantato un UFO? D’altronde, Chernobyl ancora non era scoppiata e sul nucleare era tutta un’euforia dilagante. Insomma, sta faccenda del disco volante sarebbe potuta diventare il punto di svolta economico e non solo per l’assolato stato del sud.

I sogni di gloria di Wilcox tuttavia durarono giusto il tempo di far girare una rotativa del Roswell daily record (il famoso newspaper della fiera della zucchina gigante di cui sopra), perchè non appena i vertici del Pentagono furono informati dall’entusiasta capo della polizia locale, venne deciso che la cosa era troppo importante per essere gettata in pasto a un pubblico di caproni americani che da lì a qualche decennio avrebbe votato Ronald Reagan come presidente, Schwarzenegger come governatore e Lady Gaga come fidanzatina d’America.

Memori inoltre della trasposizione radiofonica di una Guerra dei mondi di alcuni anni prima (che aveva causato nella popolazione in preda al panico più suicidi dell’annuncio di un nuovo album di Victoria Beckham), i vertici militari del Pentagono decisero che i resti ritrovati dovevano essere quelli di un pallone sonda e non quelli di un ben più preoccupante e problematico unidentified flying object. Per cui occorreva una smentita, che puntualmente venne fatta alla stampa con tanto di corredo fotografico dimostrativo senza neanche il bisogno di scomodare Alfonso Signorini. D’altronde si sa che quando i militari si mettono in testa qualcosa, riescono a sbrigarsela da soli.

Avete capito bene. Altro che UFO, omini grigi e viaggi spaziali. Quegli oggetti rinvenuti nei campi di MacBrazel dovevano essere ufficialmente ricondotti, secondo la versione delle autorità, a un aggeggio terrestrissimo, di quelli utilizzati per monitorare il clima tanto cari a Paolo Corazzon (che poi, se c’azzeccano o meno chissenefrega, tanto un’apparizione dalla D’Urso non la si nega a nessuno) . Una tristezza infinita.

Non c’è bisogno di dire che la storia del pallone sonda era una messinscena per consentire all’esercito USA di agire indisturbato e senza clamori nell’attività di recupero dell’oggetto alieno ritrovato. Agire nel cover up, come si dice in queste circostanze, senza le rotture di maroni dei cronisti che avrebbero fatto troppe domande. In effetti è risaputo che i militari amano le domande dei giornalisti quasi quanto Totò Riina ama quelle dei pubblici ministeri. Una messinscena geniale, frutto della mente di un colonnello dell’air force, tale Blanchard, in confronto alla quale la messinscena della guerra in Afganistan contro Bin Laden e il terrorismo di qualche decade successiva, sarebbe stata un gioco da ragazzi.

Fatto sta che, una volta recuperato il velivolo, vennero convocati nelle basi sotterranee dell’esercito americano i più importanti scienziati della terra per cercare di comprendere quale tecnologia sconosciuta avesse potuto trasportare una navicella aliena da un altro pianeta o dimensione, sfidando le leggi della fisica a noi note, fino a quella porzione di deserto che cinquant’anni dopo avrebbe fatto da set alla scena del matrimonio sanguinario di Uma Turman in Kill Bill.

Ora, al di là del fatto che è un tantino pretenzioso credere di poter colmare un gap tecnologico probabilmente millenario tra noi e questa razza aliena che ci ha visitati, senza l’ausilio di Margherita Hack e Antonino Zichichi (dato che all’epoca erano poco più che adolescenti e dunque impossibilitati ad accreditarsi presso il Pentagono). La cosa interessante è che a quanto pare una bella manciata di invenzioni che accompagnano la nostra vita da un bel po’ di tempo, sembra siano frutto della retroingegneria applicata allo studio di questo rottame di UFO precipitato. In poche parole, ancora non siamo riusciti a fare librare in volo l’oggetto volante caduto in quel di Roswell, ma abbiamo carpito alcuni “segreti” tecnologici che erano custoditi tra le sue lamiere, sempre che di lamiere si stia parlando.

Qualche anno fa fecero clamore le rivelazioni di un ex colonnello dell’esercito americano, Philip Corso, che nel libro Il giorno dopo Roswell, racconta di come si sia occupato personalmente di gestire l’intera ricaduta tecnologica dell’UFO recuperato, coinvolgendo le più note imprese a stelle e strisce (come l’IBM o la Bell) e inoltre cita esplicitamente le invenzioni che negli ultimi sessant’anni, a suo dire, sarebbero derivate dallo studio dello scafo extra-terrestre: un bel parterre che va dalle fibre ottiche ai circuiti integrati, dal laser alla carta stagnola, dagli infra-rossi alla microfibra. A dimostrazione della sua tesi, l’evidenza che fino ai primi anni 50 queste invenzioni non sarebbero state presenti nemmeno nell’agenda del laboratorio scientifico più avanzato del pianeta, mentre pochissimi anni dopo avremmo assistito a un incremento tecnologico troppo esplosivo e infondato che avrebbe dato luce a tutta una serie di scoperte impensabili fino a quel momento. Insomma, un buon 70% del patrimonio “tecnologico” che ci circonda sembra essere frutto di quelle osservazioni scientifiche di retroingegneria. Cosa che, fossi stato nei piccoli alieni grigi proprietari del mezzo interstellare, non avrei perso tempo a muovere istanza di risarcimento nei confronti delle industrie americane coinvolte in questa vicenda cento volte superiore a quella che la Apple chiede alla Samsung.

Se fosse vera questa storia, assurda quasi quanto il nuovo flirt estivo di Fabrizio Corona e Nicole Minetti, non sarebbe sbagliato pensare che il Mac dal quale ho scritto questo post, groviglio di microprocessori, chip, circuiti informatici e fibre, sia un’invenzione non del boss di Cupertino Steve Jobs (pace all’anima sua) o dei suoi scienziati, quanto frutto del raccolto di alcuni rottami extra-terrestri di una lontana mattina d’estate da parte di un altro Mac in carne e ossa, di professione farmer: MacBrazel da Roswell, AD 1947.

Ecco perché non mi sento pazzo se definisco il mio portatile Apple un portatile alieno, con delle sfumature country.

La prima pagina del Roswell Daily Record Luglio 1947

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