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Vi é mai capitato di ascoltare involontariamente una conversazione tra estranei, a pochi passi di distanza, e sentir dire una quantità di corbellerie, per non dire stronzate, tali da non farvi resistere all’impellente necessità di avvicinarvi, dire la vostra, fare giustizia e andarvene senza dare possibilità di replica?

L’altra sera mi trovavo in una di quelle trattorie di campagna dove arrivi con l’unico pensiero di ingurgitare più antipasti caserecci di quanti potrebbe mangiarne, se fosse musulmano, Giuliano Ferrara dopo il ramadan. Uno di quei posti dove sarebbe reato non assaggiare il ragù di cinghiale nero e funghi porcini, pena la revoca della cittadinanza italiana con annessa condanna a pagare l’IMU a tutto il condominio di dodici piani più ammezzato e mansarda. Uno di quei luoghi dove abbandonarsi ai piaceri del nettare degli dei, anche se sei astemio, è pari al piacere che prova un interista ogni volta che una commissione di giudici disciplinari emette una sentenza nei confronti della Juventus.

L’atmosfera della serata era perfetta. Appena arrivati, il proprietario ci ha accolti manco fossimo i figli dell’emiro del Qatar in visita in Costa Smeralda, riservandoci un bel tavolo sotto un patio dal gusto un po’ provenzale tra vasi di gerani e travi di legno, che se non t’accorgevi che mezza casa era costruita in pietra lavica potevi tranquillamente pensare di ritrovarti vicina di tavolo Brigitte Bardot che ti prendeva a colpi di bottiglia di pastis per quella cinta in pelle, piuttosto che a due passi dai conetti fumanti dell’Etna. Ora, non che mi aspettassi la stessa accoglienza riservata al commissario Auricchio in “Fracchia la belva umana” quando arriva davanti all’orchestrina della Parolaccia per perquisire i clienti, ma la gentilezza mostrata in questa trattoria era da tripla stella sulla guida Michelin. Inoltre, cosa da non sottovalutare, non c’era neanche l’ombra di uno di quei bambini indemoniati che pullulano nelle trattorie del belpaese, rincorrendosi tra i tavoli, come pullulano i morsi di zanzara in una palude del Botswana, ma per i quali sfortunatamente non esiste pomata al cortisone che tenga. Un’atmosfera ideale per rilassarsi, agevolata tra l’altro dalla complicità di uno stereo che suonava di sottofondo un cd di musica anni sessanta-settanta, la preferita del proprietario.

E qui si apre un capitolo. Io non ho nulla contro la musica di quegli anni, anzi. A differenza di quelli che con un’espressione di ribrezzo come se stessero vedendo Silvio Berlusconi alle prese con un atto di onanismo durante un burlesque della Minetti, ti dicono che ascoltano solo la progressive metal statunitense, credo sia sbagliato, oltre che molto provinciale, snobbare qualsiasi forma o genere di musica.

Conosco pezzi che sfido chiunque, nato dal 1978 in poi, possa aver mai ascoltato. Non mi vergogno quando dico che Franco Simone ha un repertorio che andrebbe rivalutato dai filologi dell’Accademia della Crusca, che Rita Pavone all’epoca aveva un sound più international della Pausini, che Sonny & Cher e i loro omologhi pugliesi Albano e Romina hanno fatto la storia del costume, e che se avessero dato più tempo a Umberto Napolitano, oggi De Gregori e Paolo Conte non dormirebbero sogni tranquilli.

Scherzi a parte (mica tanto), non è un mistero che la musica dei decenni sessanta-settanta faccia parte della nostra storia, tra cose memorabili e cose trascurabili, come d’altra parte vale per la musica di ogni decennio. E non sarò io a fare una disanima di quanto quegli anni abbiano influito nella musica e nella cultura dei nostri giorni. A questo ci pensa ogni giorno Paolo Limiti su (mori)Rai 1, giusto per non farci dimenticare che un giorno tutti dovremo lasciare questa terra, sperando che qualcuno si ricordi di noi.

Come avrete capito, chi scrive non è assolutamente un denigratore delle belle canzoni italiane del passato. Ma da questo, a dover sopportare quello che, come vi dicevo, ho fortuitamente sentito provenire da un tavolo vicino quella sera in quella trattoria, ce ne passa. E’ decisamente condivisibile “la musica italiana deve tutto a Battisti, se non ci fosse stato lui non sarebbe stata la stessa cosa”, posso soprassedere su “la musica degli anni sessanta mette d’accordo cinque generazioni, l’ascoltano tutti con lo stesso trasporto”, inizio a scaldarmi con “la musica bella parte negli anni sessanta e arriva fino agli anni ottanta perchè negli anni novanta c’era principalmente la musica da discoteca”, ma è inaccettabile “se chiedete a un ragazzo d’oggi il titolo di una canzone di cinque anni fa, non saprebbe dirvene nemmeno uno”. Il tutto ovviamente in nome dell’insindacabile superiorità delle canzoni dell’epoca rispetto a quelle che si ascoltano adesso.

A quel punto il clima di rilassatezza che fino a quel momento sembrava permeare la splendida serata, tra vasi di gerani e involtini al pistacchio di Bronte, dentro di me si è trasformato nell’incandescente voglia di alzarmi e rispondere a quello sputasentenze che stava tenendo banco a pochi metri dal mio tavolo “Carissimo solone dall’accento catanese, nel 2007, dunque cinque anni fa, la buonanima di Amy Winehouse, all’apice del suo successo, scriveva “Rehab” e “Back to black”, Alicia Keys cantava “No one”, Mika esplodeva con “Grace Kelly” ed Elisa con “Stay”. Se poi vogliamo parlare di musica italiana, li conosce i Negramaro e il loro pezzo “Parlami d’amore”? se la ricorda Irene Grandi con “Bruci la città”? magari le sfugge anche Tiromancino con “Angoli di cielo”? Probabilmente un ragazzo d’oggi non saprebbe dirle il titolo di un pezzo di cinque anni fa semplicemente perché non riesce a collocarlo temporalmente, ma le assicuro che continua ad ascoltarlo a distanza di anni”.

Detesto chi declama verità assolute, scambiando la nostalgia dei propri 20 o 30 anni per la certezza che “prima” le cose andavano meglio o erano migliori di “adesso”. Basterebbe, molto più onestamente, ammettere a se stessi che il pensiero della propria giovinezza fa ricordare le cose con più affetto e partecipazione. E che ovviamente un brano di Peppino Gagliardi del 1972 è stato cantato settecentoquarantacinquemilioni di volte in più di uno di Giuliano Palma, famoso da molti meno anni, ma questo non vuol dire che sia un brano “migliore”. Se poi il pezzo in questione che ti porta al successo sia lo stesso o meno, il succo del discorso non cambia.

Bene, volete sapere se sono intervenuto o meno dinnanzi alla sicumera del signor ai-miei-tempi? No, non me la sono sentita di trasformare un’idilliaca serata di fine estate in uno scontro generazionale degno di una vecchia puntata anni novanta di Amici, con la De Filippi in astinenza da estrogeni e Alessandreamoroso. Ho preferito continuare a godermi la cena, lasciar perdere i discorsi che non mi riguardavano, e ascoltare il pezzo degli Alunni del sole che il cd del proprietario stava passando in quel momento. E’ del 1978 ed è uno dei miei preferiti. La musica semmai deve essere un incontro generazionale, non una battaglia.

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