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Mark Zuckerberg non poteva saperlo, nel 2004, anno di nascita di Facebook, che uso ne avrebbero fatto milioni di internauti del suo social network. E per la stima che nutro nei suoi confronti, sono sicuro che se solo l’avesse saputo, avrebbe cestinato il progetto (per la gioia dei gemelli Winklevoss).

Ecco alcune categorie di utenti Facebook più diffuse:

Lo SHARING KILLER – Facebook non è il luogo dove scrivere di proprio pugno un concetto di senso compiuto, bensì un posto dove dare prova agonistica di sapere pubblicare prima degli altri ogni tipo di contenuto multimediale possibile e immaginabile: che si tratti di videoclip, spezzoni di b movies con Lino Banfi, fotomontaggi, aforismi da biscotto della fortuna, poco importa. La regola da seguire, per questa categoria di utente, è quella di condividere a ogni costo, “stare sul pezzo” e soprattutto non usare mai farina del proprio sacco. Sulla bacheca dello sharing killer troverete, quasi sicuramente, la foto esotica di una splendida spiaggia tropicale circondata da palme, con impressa su una qualche verità-slogan spiazzante del tipo “mollare tutto e scappare in questo paradiso”, piuttosto che un migliaio di “proverbi da body builder” se il titolare del profilo in questione è un maschio tra i 18 e i 25 anni che tre volte a settimana va in palestra, beve milkshake alle proteine e mangia sei albumi d’uovo al mattino. Sul fronte femminile, in questa categoria fa bella mostra di sé la trentenne patita di Real Time che condivide ossessivamente e senza soluzione di continuità foto buffe di neonati, immagini improponibili di scarpe fetish con plateau minimo 18 (complete dei commenti entusiastici delle amiche che l’hanno assurta a trend setter del quartiere) e videoclip homemade su base di Tiziano Ferro con le slide di Powerpoint in successione. Questi utenti sanno sempre quali tendenze brulicano sul web. Anche se il verbo che forse li descrive meglio è “brucare”, trattandosi di pecorone/i.

Il COLONNELLO GIULIACCI alias il meteorologo – come se non esistessero già decine di rubriche in coda ai telegiornali, centinaia di canali monotematici sul web, migliaia di applicazioni per smartphone, secondo questa categoria di utente, Mark Zuckerberg quando inventò Facebook intendeva brevettare in realtà un bollettino meteorologico interattivo allo scopo di comunicare clima, temperature, precipitazioni e umidità ad amici e conoscenti generalmente geo-localizzati a 3 kilometri di distanza. Il Colonnello Giuliacci tuttavia non si accontenta di un semplice post scritto nel riquadro dello status, dal momento che accanto alla descrizione del tempo meteorologico, è solito inserire un corredo fotografico che per completezza documentaristica è degno di un reportage della National Geographic alle isole Salomone: chicchi di ghiaccio su ogni automobile o davanzale di casa se ha grandinato, depositi di neve in ogni strada di ogni incrocio della città se ha nevicato, cumuli di nuvole di ogni forma se è in procinto di piovere. Il Colonnello Giuliacci vive il social network come una missione dalla rilevante importanza sociale, ovvero informare sul tempo, spesso senza lesinare giudizi personali che in quanto a originalità si collocano tra il “piove, governo ladro!” e il “non ci sono più le mezze stagioni”.

Il SOSPESO – intasa le home page dei suoi amici con status più o meno criptici del tipo “se solo potessi tornare indietro”, piuttosto che “-7” oppure “mi domando perché…”. Status caratterizzati per il 50% delle volte da puntini di sospensione, per il 40% da countdown non meglio specificati e per il restante 10% da interrogativi o asserzioni volutamente vaghe o confuse. Il tutto, allo scopo di suscitare nei lettori una tale curiosità da spingerli a farsi chiedere il motivo di tale status. Questo utilizzatore è il più sadico perché non soltanto sa di giocare con l’istinto di voler sapere i fatti degli altri (alla base del successo dei social network, e dunque di Facebook), ma spesso e volentieri neanche si degna di rispondere alle domande di chiarimento che lui stesso ha costretto a farsi chiedere. Dunque, da lettori i casi sono due: o ci si mutila la mano prima che questa possa digitare sulla tastiera una qualsiasi domanda che quasi sicuramente resterà insoluta, o si spegnerà la curiosità con la certezza (quasi matematica) che il “-7” che si legge scritto su quel profilo non è riferito al giorno in cui quel tale amico farà una cosa pazzesca che gli cambierà la vita, ma molto più prosaicamente è un modo per ricordarsi la data di scadenza dello yogurt in frigorifero.

Il SILENTE – non pubblica niente. Gli unici post che si trovano sul suo profilo risalgono al giorno del compleanno dell’anno precedente e riguardano gli auguri che qualche conoscente ha postato in una bacheca generalmente vuota come uno scaffale di Lidl con l’offerta del giorno, a cui questa tipologia di utente si è limitato a cliccare un misero “mi piace” (per giunta, con parecchie settimane di ritardo). Talvolta a questi post di auguri sono intervallati parecchi post di notifica di una qualche applicazione-gioco come Farmville, Diamond Dash, Bubble Safari, che testimoniano come il silente non sia un’entità superiore che snobba Facebook perché ha di meglio da fare, ma un nerd asociale che passa le ore su internet giocando a coltivare patate o a raccogliere la frutta. Tiè.

Il FINTO ORIGINALE – Scrive molto e di proprio pugno utilizzando pero’ sempre gli stessi 3-4 formati standard, generalmente il “non ha prezzo“, il “xxx-time”, e “#” ossia l’hashtag di Twitter. Per questa tipologia di utente ogni avvenimento di vita quotidiana vissuto con amici, parenti, fidanzati (scimmiottando lo slogan di un vecchio spot pubblicitario) è raccontato come un evento irrinunciabile, che “non ha prezzo”, appunto. Stare a letto il venerdì sera con l’influenza e con la propria fidanzata brutta e mestruata che ti passa la borsa dell’acqua calda, invece di essere una condizione da compatire, per questi utenti “non ha prezzo”; andare al concerto dei Marta sui tubi, piuttosto che essere un evento da non rivelare neanche sotto tortura, diventa una situazione che “non ha prezzo”; sfrecciare con la propria Smart di seconda mano con il finestrino aperto e il braccio poggiato sullo sportello perché fuori ci sono 18 gradi ed è aprile, invece di essere motivo di vergogna, “non ha prezzo”. Insomma, il più piccolo evento di vita quotidiana diventa un motivo di vanto da urlare ai quattro venti. Questi sfacciati utilizzatori di Facebook nella loro sfrontatezza, se possibile, però vanno oltre, con il formato “time”. Ci si sta lavando? doccia-time, si va a fare jogging? corsa-time, si mangia al cinese? involtini primavera-time, c’è uno sciame sismico? terremoto-time. Ultimamente nella bacheca del finto originale ha preso piede l’uso smodato dell’hashtag, un prestito di Twitter che se su quella piattaforma ha una funzione specifica, su Facebook non serve a niente se non a sintetizzare qualcosa, peraltro inutilmente. Tra i più utilizzati #sapevatelo, #chetelodicaffà #cosechecapitanosoloame e via dicendo, in un crescendo di soluzioni spiritose quanto uno sketch di Massimo Boldi che impersona Max Cipollino. Il finto originale oscilla tra la necessità impellente di immortalare come unico un suo istante di vita, che per chiunque altro sarebbe banale come tirare lo sciacquone dopo essere andati in bagno, e il bisogno di scandire ogni elemento della giornata con una comunicazione puntuale.

continua…

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zb

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One thought on “Mark Zuckerberg non poteva saperlo (parte 1)

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