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Il giornalista dell’Independent che si occupa di moda, Alexander Fury, a conclusione delle sfilate milanesi, ha simpaticamente firmato un pezzo dal titolo che può sintetizzarsi come “A Milano c’è un problema, ovvero non ci sono idee (fresche)”, sparando (quasi) a zero (pretestuosamente, va detto) sull’intero sistema moda italiano che a suo dire non brilla come un tempo perchè privo di quella linfa vitale “fresh blood” (passatemi la licenza) che deriva solo da una massiccia presenza di giovani dietro le passerelle.
Tralasciando il fatto che non sono pochi i giornalisti stranieri, spesso anglosassoni, che si divertono a punzecchiare sadicamente il nostro Paese (attaccabilissimo, per carità, su più fronti), mi domando se dietro quest’ennesima invettiva nei confronti di uno dei fiori all’occhiello del “Sistema Italia”, com’è la Moda e il comparto del lusso in generale, non ci sia invece la precisa volontà di gettare fango su un’industria fiorente che da fastidio a molti riuscendo ad oscurare due capitali internazionali del Fashion come Londra o New York. Mi pongo questo interrogativo proprio perchè, senza essere un esperto à la Miccio, e neanche (ahimè) un “coolerissimo” blogger à la Marianodivaio-e-i-suoi-mocassini, quello che ho visto in tv e sui giornali delle sfilate di Milano, non mi è parso poi così male, anzi, e a quanto pare ha lasciato feliciecontenti i tantissimi buyer internazionali accorsi a presidiare le prime file di ogni passerella e presentazione.
Intanto, iniziamo col dire che “Moda” è anche ricerca, e la ricerca nasce dalla tradizione, senza la quale non ci sarebbero i presupposti per dare luce al tanto agognato “nuovo” che, sempre secondo l’Independent, a Milano latita. Criticare alcuni marchi perchè ancorati ad alcuni stilemi del passato, comunque rivisti e ripensati, l’ho trovato francamente un esercizio sterile e pretestuoso. Come si può pensare di creare qualcosa di “inedito” senza partire da ciò che già esiste? è una contraddizione “ontologica”. Inoltre, in questo marasma infinito di firme e di brand, come si possono distinguere le proposte degli uni dalle proposte degli altri se non viene posto l’accento sull’ ”heritage” di ciascuna firma o brand, ovvero sulla cifra stilistica peculiare che contraddistingue e differenzia una casa di moda da un’altra?
Per di più, perché cadere nel facile luogo comune che l’età anagrafica sia legata inesorabilmente a una volontà o predisposizione all’innovazione? È forse la quantità di collezioni presentate da venti/trentenni a stabilire se una settimana della moda sia più o meno “fresca”? Se così fosse, New York avrebbe il primato mondiale, cosa che non risulta da nessuna parte. È ovvio che la presenza di giovani nel settore della moda, così come in tutti gli altri settori produttivi e creativi, sia auspicabile e da incentivare, ma è altrettanto vero che dietro le quinte, negli uffici stile, ci siano tanti ragazzi che si sbracciano e che magari preferiscono esprimersi sotto l’egida di un marchio importante e affermato piuttosto che imbarcarsi nel lancio di un’etichetta propria, in un mercato saturo di “firme” e tutto sommato dominato da gruppi industriali dalle schiaccianti capacità finanziarie.
Senza contare che bastonare la settimana della moda di una delle 4 grandi capitali del lusso come Milano (che insieme a Parigi, Londra e New York da vita a quella maratona di sfilate che 2 volte all’anno, per un intero mese, impegna tutto il settore), tralasciando un’analisi globale dell’intero “Sistema Moda”, equivale a compiere contemporaneamente due errori grossolani: apparire “provinciali” in un mondo globalizzato economicamente e mediaticamente, e non dare il giusto peso ai legami (creativi, finanziari, logistici) esistenti tra le varie aziende che si occupano di moda.
Giusto per fare alcuni esempi di come la moda sia un sistema globale che si (auto)influenza e si (auto)alimenta indipendentemente dalla città in cui ci si trovi a vedere una sfilata, basti ricordare che Versus Versace (brand italiano) quest’anno sia stato disegnato da Antony Vaccarello (stilista belga) e abbia sfilato a New York, o che Ungaro (brand francese) che sfila a Parigi viene disegnato da Fausto Puglisi (creativo italiano che possiede un brand eponimo emergente di crescente successo, con base a Milano) e prodotto da Aeffe (azienda italiana) che controlla, tra le altre, la casa di moda Moschino disegnata invece dall’americano Jeremy Scott. C’è un po’ d’Italia ovunque e un po’ di ovunque (un po’ meno in verità) in Italia.
E ancora, l’italiana Diesel Black Gold, disegnata da Andreas Melbostad (norvegese), sfila durante la settimana della moda di New York, ma appartiene a Renzo Rosso che attraverso la holding OTB possiede Maison Martin Margiela e Viktor & Rolf, fiori all’occhiello della settimana parigina. Sempre a Parigi, alcune importantissime case di moda sono (o sono state) dirette da creativi italiani, tra le quali Givenchy (Riccardo Tisci), Rochas (Dell’Acqua) e Saint Laurent (rilanciata da Stefano Pilati, adesso in Zegna). Senza contare il peso dei due colossi francesi del lusso come Kering e LVMH che nei loro portafogli possono vantare un bel carnet di brand italiani di primissimo piano come Gucci (disegnato dall’italiana Frida Giannini), Pucci (disegnato dal norvegese Peter Dundas) e Fendi (che ha a capo un’italiana, Silvia Venturini Fendi, e un tedesco che risponde al nome di Karl Lagerfeld).
Detto questo, parlare di un fantomatico problema creativo legato esclusivamente alla città di “Milano” in un contesto come questo, così fortemente intrecciato e correlato, è come dissertare sul sesso degli angeli. Se un problema c’è, deve investire necessariamente il sitema nella sua globale globalità, scusando il gioco di parole.
D’altra parte non è forse vero che sul fronte moda, a Hong Kong come a Napoli, a Berlino come a Miami, a Mosca come a Sydney, le differenze di come ci si veste siano ormai inesistenti?
Come dicevano nell’antica Roma “de gustibus non disputandum est”, e dunque se a un giornalista britannico possa non piacere una collezione vista in passerella a Milano, magari dispiace ma non possiamo fare altro se non prenderne atto e farcene una ragione, rientrando questo in una sfera personale di assoluta “insindacabilità” (nonostante mi domandi quanto sia opportuno, giornalisticamente, pubblicare un pezzo mossi da un’opinione prettamente soggettiva). Tuttavia è, e resta, un dato di fatto che senza l’Italia con la sua tradizione di stile ed eleganza, il suo savoir faire, il suo glamour, e le sue maestranze, che coinvolgono importantissime filiere produttive e creative, l’intero “Sistema Moda” (mondiale) non potrebbe esistere.
E allora, consentitemi un po’ di sano nazionalismo e fatemi pure dire che “God Save The Queen and also The Italian Fashion System”, con buona pace dei giornalisti inglesi che non sanno quel che scrivono!

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